Wednesday, 7 July 2010

Vita in Città Alta 1

Bei tempi, quando la Via San Giacomo era a doppio senso di marcia per le autovetture e le motociclette, e poteva far conto su ben due calzolai, un falegname, un bar latteria, un idraulico e la farmacia, unica sopravvissuta.

Ebbene sì, si parla di circa 30 – 35 anni fa, e, dato lo scarso traffico, la via che una volta conduceva nientemeno che a Milano era attraversata dalle poche auto in entrambi i sensi di marcia: allora si poteva ancora salire con l’automobile dalla Via Sant’Alessandro, poi uno stop proprio sotto la porta San Giacomo per dare la giusta precedenza ai veicoli in transito sul Viale delle Mura e poi via una bella partenza in salita - timore dei neopatentati, ma al tempo stesso una ghiotta occasione per fare pratica… - verso la Via San Giacomo, cercando di tenere bene la destra. Arrivati alla curva ricordo che anche il papà suonava il clacson della nostra vecchia Seicento, non si sa mai che qualcuno stesse lasciando la Città Alta passando proprio di lì, visto che la Via Porta Dipinta, storica direttrice verso Venezia, era a senso unico in salita.

Bei tempi, quando la Via San Giacomo era a doppio senso di marcia per le autovetture e le motociclette, e poteva far conto su ben due calzolai, un falegname, un bar latteria, un idraulico e la farmacia, unica sopravvissuta.


Ebbene sì, si parla di circa 30 – 35 anni fa, e, dato lo scarso traffico, la via che una volta conduceva nientemeno che a Milano era attraversata dalle poche auto in entrambi i sensi di marcia: allora si poteva ancora salire con l’automobile dalla Via Sant’Alessandro, poi uno stop proprio sotto la porta San Giacomo per dare la giusta precedenza ai veicoli in transito sul Viale delle Mura e poi via una bella partenza in salita - timore dei neopatentati, ma al tempo stesso una ghiotta occasione per fare pratica… - verso la Via San Giacomo, cercando di tenere bene la destra. Arrivati alla curva ricordo che anche il papà suonava il clacson della nostra vecchia Seicento, non si sa mai che qualcuno stesse lasciando la Città Alta passando proprio di lì, visto che la Via Porta Dipinta, storica direttrice verso Venezia, era a senso unico in salita.


Con il passare degli anni però il traffico aumenta, resta il senso unico in salita dalla Via Porta Dipinta e San Giacomo ottiene il senso unico in discesa. Non si poteva ancora parcheggiare, nella via, i parcheggi per residenti sarebbero arrivati soltanto qualche anno più tardi, quando ci si rende conto che il pullmann, la domenica, arranca troppo su per la salita di Via Porta Dipinta, specialmente quando deve farsi largo tra i già numerosi turisti, talvolta incuriositi di essere sorpresi alle loro spalle dai nostri autobus gialli. Si volta pagina: dalla Via San Giacomo si può solo salire, o dopo avere costeggiato lo splendido Palazzo neoclassico Medolago, per chi proviene dalla Città Bassa, oppure dopo essersi lasciati Colle Aperto e il Viale delle Mura alle spalle: eccoci su per la salita, tenendo però conto, stavolta, delle poche auto dei residenti parcheggiate sul lato destro, a partire dalla curva in su, quasi fino alla funicolare. Che soddisfazione, poter parcheggiare proprio sotto casa! Ma capitava di rado, le auto aumentavano, veniva creato qualche passo carrabile e c’era già qualche intruso che incurante dei divieti voleva approfittarsi di quei pochi parcheggi.


All’inizio e alla fine della via ecco le due botteghe di calzolaio, con tanto di vetrina: entrambe gestite da due brave famiglie arrivate dal Sud Italia, mostravano pile di scarpe e sandali in attesa di essere riparati o ritirati dagli allora non pochi clienti. Passando fuori dai negozi, in estate, si era avvolti dal profumo del cuoio e delle pelli lavorate, e i pomeriggi erano talvolta segnati dal picchiettio del martello che stava riparando un tacco, e che potevo udire distintamente stando nel soggiorno di casa, al numero 14.

Ma il rumore che proprio non si poteva ignorare era certamente quello del falegname: d’estate la sega elettrica si poteva udire distintamente, indice di una fiorente attività, e quando si costeggiava la falegnameria a piedi, salendo o scendendo, il profumo del legno fresco era veramente avvolgente. Da bambina poi era meglio passare dall’altro lato della strada, per la paura di venire investita da qualche truciolo o da qualche scintilla… ma intanto una sbirciatina dentro non la potevo proprio evitare, e ricordo che adoravo sentire la segatura sotto i sandaletti e quel senso di morbidezza che si provava nel calpestarla!


E poi c’era il bar latteria della Dora: piccolo, come pura minuta era la figurina che lo gestiva, col volto incorniciato dai capelli bianchi e con qualche dente in meno del dovuto. Finchè c’era la luce naturale il locale era spesso buio: forse per risparmiare? Non so, fatto sta che in estate restava aperto anche dopocena, e allora compariva la luce al neon e illuminava tutto il negozietto. Nelle serate più calde si andava a comprare un ghiacciolo o una bananina, e poi si gustava in tutta tranquillità sulle Mura. Quando c’era qualche soldo in più si comprava la Coppa del Nonno, e allora si tornava a casa a gustarla, sperando di farla durare un po’ più a lungo. La coppetta in plastica marrone veniva risciacquata e conservata, si sa mai che potesse venire utile per qualcos’altro…


L’idraulico era pure lui dotato di vetrina che esponeva i vari modelli di rubinetteria: per arrivare a parlare con la signora idraulico bisognava compiere uno slalom tra lavandini e wc, e giungere in fondo al negozio. Ma quando si arrivava da lei si poteva essere sicuri di avere una risposta pronta per qualsiasi evenienza o necessità.


Da non dimenticare che la Via San Giacomo ospitava anche su un’altra categoria di “abitanti”, magari un po’ abusivi, magari non a tutti graditi, anche perché non tenuti a pagare alcun affitto per i “locali” abitati: sto parlando dei piccioni, che a partire dall’imbrunire si rintanavano nelle loro “casette” sul lato destro della strada per chi scende e si potevano udire tubare fino all’accendersi dei lampioni.


L’ultimo palazzo della via, al civico 42, era naturalmente il più spettacolare ed imponente: grazie all’attività di sarta della mamma, che lavorava anche per le famiglie nobili del palazzo, avevo ogni tanto il privilegio di avere accesso agi appartamenti, tramite un sontuoso scalone. E allora era tutto uno sfavillio di specchi, affreschi e mosaici di parquet che ai miei occhi di bambina apparivano magici: in particolare ricordo alcune stanze, le quali contenevano, ciascuna, quattro porte a specchi che davano su altrettante stanze con altrettante porte, e cosi via. Ogni tanto quando la mamma si allontanava con la contessa per le prove dell’abito, e io, che restavo ad aspettarla con la scatola di spilli in un’altra stanza, avevo il timore di essere come in un labirinto e aspettavo con ansia che la porta a specchi si riaprisse per vederla ricomparire.


E cosa dire della casa dove sono nata? Dotata di un bel cortile secentesco, noi bambine avevamo pensato bene, ahimè, di sfruttare le belle colonne in arenaria per il gioco dell’elastico: quando si giocava in due si legava l’elastico attorno alla colonna, da un lato, e dall’altro attorno all’altra bambina, scegliendo la posizione di caviglie, polpacci, ginocchi, sottoculo, vita, ascelle, ecc. a seconda della bravura delle “giocatrici”.

I problemi cominciavano quando si sarebbe dovuto cambiare il “modo”, ossia giocare a “largone”, “strettino” “un piede”, ecc.: chi glielo spiegava alla colonna che avrebbe dovuto stringersi od allargarsi a seconda delle nostre esigenze? Era meglio accontentarsi… E se giocavo da sola potevo far conto comunque su due belle colonne almeno per allenarmi un po’… e poi volete mettere? Si poteva anche barare senza rischiare nulla! La conformazione del cortile poi, con scalini e scalette, ben si adattava anche al gioco del toc, del toc rialzo, del nascondino, mentre gli alti gradini in pietra erano la nostra palestra di allenamento per saltare: quando riuscivamo a saltare tutta la rampa di otto scalini con relativa rincorsa preparatoria potevamo ritenerci soddisfatte.

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